“Nun te reggae più”

Scritto da  Sabato, 22 Ottobre 2011 07:45
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 Discorso elementare su struttura, sovrastruttura e infrastruttura 

 

Anche tu sei collina e sentiero di sassi

(C. Pavese)

Nun te reggae più” è una bella canzone del compianto Rino Gaetano.

In questi tempi è di moda parlare di struttura. Si parla di riforme strutturali, si dice che bisogna intervenire a livello di struttura, si suggerisce di ridurre la struttura mastodontica dell’organizzazione statale, fonte di spese inutili e sprechi, di ristrutturare la spesa, di ristrutturare il debito, eccetera; insomma la struttura è diventata oggi la star di ogni discorso connesso alla crisi che stiamo vivendo.

Ma la struttura che cos’è?

Quando andiamo al supermercato, ci capita di percorrere corsie parallele tra file di scaffali sui quali sono esposte svariate specie di prodotti.

Gli scaffali sono la struttura e quello che c’è sopra è la sovrastruttura: questo in parole più semplici possibili senza scomodare né gli ingegneri, per la struttura, né gli architetti o addirittura Marx, per la sovrastruttura. Mentre l’infrastruttura è un insieme di strutture secondarie di una struttura di base, che permette a quest'ultima di funzionare (per esempio impianti, servizi pubblici, trasporti, eccetera).

Se, a chi si rechi oggi al supermercato, capitasse di vedere alcuni scaffali sguarniti e altri vuoti dedurrebbe forse che qualcosa è cambiato.

Quando Alarico, re dei visigoti, pose Roma sotto assedio, decise di prenderla per fame. I senatori, che fino allora avevano continuato a vivere come sempre con le loro terre, i loro palazzi, i loro schiavi, le loro feste e i loro banchetti alla Trimalcione, allora, e solo allora, si accorsero che qualcosa era cambiato. Correva l’anno 410 d.C.

I gestori del supermercato la penseranno allo stesso modo? Anche per loro qualcosa è cambiato? Il cambiamento è definitivo, oppure è di breve periodo? Se ritengono che sia definitivo allora dovrebbero intervenire sulla struttura. Dovrebbero spostare la sovrastruttura da alcuni scaffali semivuoti in altri scaffali semivuoti in modo da saturare la capacità dei secondi per liberare i primi, eliminare quest’ultimi e magari spostarsi in un altro immobile meno esteso e meno costoso. Dovrebbero poi ridurre il personale e il numero degli amministratori e ridurre i compensi di quelli rimanenti: operazioni queste tutte costose e dolorose.

Non manca chi, di fronte a tali scelte, non fa proprio nulla.

Fare nulla significa però ridurre i margini, provocare una diminuzione della liquidità aziendale, un aumento dell’indebitamento finanziario che a sua volta, genera maggiori oneri finanziari, eccetera: è il principio della fine. Qui si dice “andare a Patrasso” che è una storpiatura della frase latina “ire ad patres” cioè andare ai padri, vale a dire ricongiungersi con gli antenati. La città greca di Patrasso non c’entra nulla.

Il termine “struttura” ha però anche altre accezioni.

Leggo da Wikipedia: “una struttura è un insieme di relazioni tra elementi di vario tipo (materiali, immateriali, filosofici, ideali, concettuali, procedurali e anche umani), imposte seguendo una logica, che producono un sistema funzionante e funzionale. Nel momento in cui ad un semplice insieme di elementi si dà una struttura, questo diventa un sistema".

 

La definizione, come si può costatare, sfocia in sistema. Se le relazioni sono tante, allora ci troviamo di fronte a un sistema complesso.

Se, dunque, la struttura è un insieme di relazioni tra gli elementi del sistema, fare riforme strutturali significa intervenire innanzitutto sulle relazioni e poi anche sugli elementi che compongono la struttura (gli elementi senza relazioni sono solamente un peso).

Intervenire efficacemente sulle relazioni, implica, però la conoscenza profonda del sistema complesso e del suo funzionamento altrimenti si rischia di provocare disastri.

Quando i responsabili dei sistemi hanno una conoscenza parziale degli stessi, le conseguenze possono essere catastrofiche, anche se agiscono in buona fede e con diligenza.

Con i sistemi complessi questa diligenza non basta. Per la gestione della complessità bisogna adottare gli strumenti tipici di tale scienza: fenomeni di feedback, teoria del caos, biforcazioni catastrofiche, evoluzione e adattamento. In altre e più semplici parole bisogna adottare il pensiero sistemico.

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